All'MGM Grand di Las Vegas 16500 spettatori hanno assistito ad un match molto difficile da giudicare Quello che si è visto fra le sedici corde rappresenta un capitolo a parte per entrambe le carriere dei due protagonisti Manny “Pacman” Pacquiao (54-3-2) e “Sugar” Shane Mosley (46-7-1).
Il primo è il vincitore con eloquenti cartellini di 120-107, 120-108 e 119-108.
Il secondo è lo sconfitto con tante critiche per il atteggiamento eccessivamente remissivo.
Come sempre, però, le chiavi di lettura sono molteplici, specie se, come detto, ci si trova di fronte ad un crocevia che potrebbe segnare una svolta nel cammino.
Partiamo da colui che ne esce sconfitto, tributandogli l’onore delle armi e non solo in virtù del suo passato, per il quale sembra essere stato coniato l’aggettivo “leggendario”.
Mosley subirà aspri e feroci processi da parte di chi riteneva che avrebbe dovuto rischiare di più e sarà giudicato da quanti saranno pronti a definirlo finito, come se fosse possibile stilare un cartellino dal proprio comodo posto a sedere, tanto sul divano di casa quanto in platea a Las Vegas.
Il ring è una bestia.
Una bestia che non esita a chinare il capo in segno di sottomissione quando il Dio del pugilato ti sostiene mettendoti nelle mani i fulmini per ghermire ed ammansire i tuoi avversari.
Ma, non nascondiamocelo, è una bestia feroce che l’indomani improvvisamente, senza segni premonitori ti divora partendo dalle gambe, mentre ancora ti divincoli per affermare la tua forza.
Guantoni nelle mani, ardimento nel cuore e riflessi che sembravano esserci fino all’ultimo giorno di allenamento, ti ritrovi lì con solo l’avversario a separarti dal successo, l’ennesimo, non diverso da tanti altri che ti sei dovuto sudare, ma che alla fine ti hanno arriso.
Scatta qualcosa di non preventivato.
Non c’è una regola precisa.
Qualcuno dice di aver pensato a moglie e figli improvvisamente, altri di aver pensato alle conseguenze di un atterramento, altri semplicemente di non aver voluto trovarsi con un occhio segnato.
Per quel match, forse solo per quel match, è fatta.
Dilettante alle prime armi o campione del mondo all’apice della carriera.
Mosley non rientra in nessuna delle due categorie e forse questo può portarlo a fare una riflessione solo sua e meditata a mente fredda.
Non lasciamoci ingannare dai momenti più eclatanti del combattimento di stanotte, perché il trentanovenne californiano ci ha provato ed in una maniera nella quale non avevamo mai visto nessuno tentarci al cospetto di Pacquiao.
Consapevole della pericolosità delle saette che il filippino gli aveva dimostrato da subito di poter scagliare nella sua direzione, il buon “Sugar” ha seguito con acume tattico una strategia che probabilmente ad uno Shane di qualche anno fa sarebbe valsa la vittoria.
Mosley ha guardato l’uomo.
Ha fatto l’incontrista puro, attendendo le iniziative del rivale, per poi colpirlo di rimessa.
Ha ottenuto alcuni risultati e a ben vedere superiori a quelli fatti registrare dalla maggior parte dei suoi predecessori da qualche anno a questa parte, eccettuato Marquez.
Lo statunitense vedeva i colpi di un avversario esaltato per la sua scintillante rapidità.
Purtroppo lo spunto reattivo non l’assisteva e forse ad un livello simile non potrebbe ormai più assisterlo.
E quindi il fuoriclasse di Pomona si è trovato di fronte a un bivio.
Smorzare-schivare i fendenti senza abbozzare repliche oppure rispondere senza particolare efficacia esponendosi alle fucilate di “Pacman”.
Mosley che in quanto a intelligenza pugilistica può portare a spasso la stragrande maggioranza degli attuali iridati, ha optato per la più logica e che gli ha permesso di terminare la contesa in piedi.
Ogni qualvolta si sentiva sicuro, ha però messo le mani sul viso dell’arrembante Pacquiao, in particolare con il diretto destro.
Ah, avere lo scatto dei tempi d’oro…
Da qui si può parlare del trionfatore, la superstar assoluta della Noble Art odierna.
Difficile non elogiare chi surclassa uno dei migliori in circolazione terminando il match senza quasi aver versato una stilla di sudore e avendo fatto registrare un knockdown nell’unico vero affondo della sua contesa nel 3° round.
Va sottolineato ancora che non è imbattibile un pugile che in dodici riprese raramente taglia la strada ad un rivale che cerva di evitarlo e che di reali colpi a segno non ne ha messo un numero esorbitante.
Come detto, “Pacman” poco sopporta chi lo studia e gioca d’attendismo.
Però questo è tutto un discorso teorico, una disquisizione sulla carta, perché occorre trovare chi abbia un colpo d’occhio fenomenale, due schegge al posto delle mani e una mascella di granito per sopportare le fucilate che inevitabilmente dovrà incassare.
Dato importante, per il momento, è che la via è stata tracciata per chi avrà le rari doti di tempismo e velocità d’esecuzione per seguirla.
Un nome?
Mayweather.
Ripetiamo: pura teoria.
Al momento non possiamo che osannare Emmanuel Dapidran Pacquaio, nato trentadue primavere fa a Kibawe, nelle Filippine, per imperare nel pugilato del ventunesimo secolo.
Rapidissimo, tanto da fare le scintille, impressionantemente efficace, tanto da lasciare il segno tutte le volte che muove le mani, tremendamente aggressivo (questa notte non fa testo…), tanto da asfissiare chiunque senza versare una stilla di sudore, violentemente ardimentoso, tanto da affrontare i più temibili con nello sguardo la serenità del padre di famiglia seduto sul divano.
Aggiungiamoci un altro paio di caratteristiche esterne al quadrato, quali il suo impatto mediatico da cantante, politico, attore, uomo realmente e concretamente caritatevole e quel suo sorriso spontaneo e contagioso ed avremo la ricetta magica di un re, amato e apparentemente lontano dall’essere spodestato.
“Abbiamo fatto del nostro meglio”, ha dichiarato umilmente Pacquiao, “Entrambi ci siamo sforzati al massimo. Le mie gambe si sono indurite durante il combattimento. Non mi potevo muovere, E’ la stessa cosa che mi è successa contro Marquez. Mosley non è lento. E’ veloce e dovevo stare attento alla replica”.
Nell’immediato dopo-match, a caldo, invece, il trionfatore aveva detto: “Ho fatto del mio meglio, ma Mosley ha sentito la mia potenza e voleva semplicemente finire i 12 round. Cercavo di combattere a viso aperto e sono rimasto sorpreso che lui abbia solo corso e corso e corso”.
Parlando del futuro Bob Arum, che guida la carriera del filippino ha confermato l’offerta fatta a Juan Manuel Marquez per novembre a Las Vegas, ma se non andasse in porto il sostituto sarebbe Timothy Bradley o Zab Judah.
Rispetto alla possibile tanto desiderata sfida con Mayweather, il diretto interessato ha dichiarato: “A me non interessa quel combattimento. Sono soddisfatto da tutto quello che ho fatto nel pugilato. Voglio combattere perché la gente vuole che io combatta”.
Mosley ha definito il suo vincitore “molto potente e imprevedibile” e si è lamentato per un infortunio a un piede.
“Ho visto delle aperture ma ho pensato che potessero essere trappole”, è stata la sua giustificazione per qualche titubanza.( CRISIANO SPAGNOLI PER BoxeringWeb)
Ha poi evitato ogni altra giustificazione: “Non potete incolpare la mia età. Manny è un pugile eccezionale. E’ davvero il re pound-for-pound. Ha velocità e potenza che non ho mai avvertito prima. E’ stupefacente. Mi ha sorpreso con questa potenza, con l’atterramento. E’ il più legittimo knockdown che subisco in tanto tempo”.
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